Dov’è finito Quentin Tarantino

Qualche settimana fa è stata annunciata l’uscita nelle sale cinematografiche statunitensi di Kill Bill: The Whole Bloody Affair, versione integrale da più di quattro ore, senza censure e con scene inedite, del quarto film di Quentin Tarantino, originariamente diviso in due volumi usciti nel 2003 e nel 2004.

Il Whole Bloody Affair è stato per lungo tempo una chimera per gli appassionati del regista, a lungo vociferata, ufficialmente mai distribuita (anche se online girava un montaggio che univa i due film con la scena degli 88 folli a colori, presa dalla versione giapponese del Vol.1). Ho visto il trailer, senza particolari intenzioni se non a causa di una leggera e quasi istintiva curiosità, di questa nuova versione e alla fine ho sentito uno strano e inaspettato calore all’altezza del ventre.

Kill Bill Vol.1 è stato il mio primo approccio al cinema di Quentin Tarantino. Avevo 13 anni, mi piaceva guardare film, che fossero in VHS o in DVD e stavo lentamente iniziando a uscire dalla mia comfort zone. Ero già un avido lettore di manga e i miei sabato pomeriggi preferiti erano basati sul farmi accompagnare da MediaWorld, passare quello che mi sembrava un tempo enorme lungo le corsie della musica e dei film per poi sperare di farmi regalare qualcosa dai miei genitori.
Non sempre accadeva, ovviamente.
Ma in un mondo che non conosceva ancora Amazon e le spedizioni a casa, il rito di cercare qualcosa in un negozio fisico, scandagliare i reparti alla ricerca di qualcosa che potesse catturare l’attenzione, senza ben sapere cosa, tanto bastava per far palpitare il cuore.

Quel pomeriggio sapevo che non sarei tornato a casa a mani vuote. Avevo 20€ di paghetta nel portafoglio e un’insanabile voglia di spenderli in qualcosa. Per la prima volta nella vita mi sarei comprato un film con i miei risparmi.
Ora, c’è stato un tempo in cui le novità in DVD venivano presentate in totem imponenti, come succede ancora con i libri di un certo autore importante in libreria. Centinaia di copie esposte in scaffali dedicati con tanto di poster per richiamare l’attenzione e un piccolo schermo dove il film veniva riprodotto a basso volume, per dare un assaggio al potenziale acquirente di quello che avrebbe trovato nel disco. Scoprii Matrix vedendo per caso, sempre a MediaWorld, la celebre sparatoria in slow motion.

Io non ricordo quale scena vidi su quel piccolo schermo, ma quella copertina gialla, con una bionda che teneva in mano una katana, il gigantesco titolo in nero KILL BILL mi travolsero completamente. Una storia di vendetta, sanguinolenta, spettacolare, con anche un po’ di estetica giapponese. Pancia mia fatti capanna. Non sarà quel divieto ai minori di 14 anni a fermarmi dal comprarti, grazioso DVD giallo. E così diedi quei 20€ alla cassiera di MediaWorld, ricevetti un centesimo di resto e, con Kill Bill Vol.1 tra le mani, salii in macchina con la voglia di tornare a casa e vederlo subito.

Durante il viaggio di ritorno seguii il rituale che bisognava seguire, necessariamente. Tenere stretto il DVD tra le mani, guardare attentamente la copertina, leggere più e più volte il retro della custodia, emozionarsi per le parole usate nella sinossi, provare a intuire dal cast se ci sarebbe stato qualche attore conosciuto, conoscerne la durata e immaginare, in base ai frame del film stampati, quale sarebbe potuto essere la storia. Poi, lentamente, iniziare a togliere il cellophane dalla custodia, per aprirlo, guardare la serigrafia del disco, leggere i titoli delle scene dal foglio allegato (sì, i primi DVD avevano la lista delle scene in cui il film era stato diviso stampata su un foglio) e guardare fuori dal finestrino dell’auto a che punto del viaggio eravamo.

La faccio breve: Kill Bill Vol.1 mi fulminò come nessun film. Non sapevo assolutamente nulla, non potevo cogliere le citazioni postmoderne che Tarantino ci aveva infilato dentro (non sapevo nemmeno chi fosse Quentin Tarantino), ma mi divertii così tanto, rimasi talmente folgorato dallo stile, dalla volgarità, dal sangue, dalla bellezza, che passai un’intera estate a organizzare serate per farlo vedere ai miei amici dell’epoca. E non tutti gli amici insieme, no. Uno alla volta, in modo da poterlo rivedere ancora e ancora. In seguito comprai il cd della colonna sonora (lo consumai) e iniziai a pensare a storie simili, decisamente caotiche, imbarazzanti, ma che erano le storie che solo un ragazzino esaltato può inventare.

Kill Bill Vol.1 mi spinse a saperne di più sul cinema, ad appassionarmi di più, a scoprire sempre di più. Iniziai a scoprire che il film racchiudeva tanti diversi modi di fare cinema ed entrai in un rabbit hole cinefilo. Qualche mese dopo sul cinema ne sapevo decisamente un po’ di più e per caso decisi di vedere Pulp Fiction perché sapevo che era stato un film famoso e importante. Immaginate la mia reazione quando nei titoli di testa lessi che era scritto e diretto da Quentin Tarantino.

Gli anni passano. Vado al cinema a vedere A prova di morte, il mio primo Tarantino al cinema, seguo online tutti i rumor sui suoi progetti futuri (un Kill Bill Vol.3, un film sui fratelli Vega e molto molto altro), condivido la visione di Bastardi senza gloria e Django Unchained con gli amici dell’epoca. Quando esce The Hateful Eight sono uno studente di Bologna e scelgo di fare comitiva con i miei colleghi universitari per vederlo proiettato in pellicola.
Non è più un regista che mi ossessiona, a volte mi dimentico pure la sua esistenza. Eppure quando risalta fuori con un nuovo film mi esalto. E mi ricordo quanto mi appassiona il cinema.

In uno dei periodi più difficili della mia vita mi sono appena trasferito a Milano. È appena uscito C’era una volta a Hollywood e, nonostante l’aridità emotiva che mi accompagna spesso e volentieri in quelle giornate, mi commuovo. Basta una serie di insegne che illuminano un mondo che non c’è più mentre la musica dei The Rolling Stones riempie la sala di un UCI qualunque per spezzarmi la barriera emotiva che mi si era creata dentro. La visione del suo nono film, in qualche modo, mi cambia la vita. Ma il tempo ricostruisce le barriere cadute. Leggo il romanzo ispirato al film che uscirà poco dopo senza entusiasmarmi, compro Cinema Speculation ma, dopo averlo iniziato, lascio che prenda polvere sullo scaffale della libreria. Nel frattempo, Quentin Tarantino scompare piano piano come un fantasma.

Anni dopo, a sorpresa, il trailer di Kill Bill: The Whole Bloody Affair mi fa sentire la mancanza di Quentin Tarantino. Sei anni sono passati da quando mi sono seduto l’ultima volta in sala per vedere un suo film, conoscendo quell’esaltazione adolescenziale di fine visione. Tarantino sembra essere vittima della sua stessa programmata filmografia: dieci film, non uno di più, non uno di meno, con il peso insostenibile sulle spalle di dare identità all’ “ultimo film di Quentin Tarantino”. Idee scartate, sceneggiature scritte e cancellate (o date ad altri registi), libri che, per quanto interessanti, mostrano un autore chiuso e ingobbito in sé stesso, ancora scottato da Oscar non ricevuti e con una voce che non sembra più davvero sua.

Che fine ha fatto Quentin Tarantino? Probabilmente bloccato in quel non sentirsi abbastanza. Non abbastanza geniale per la sua ultima sceneggiatura. Non abbastanza grandioso per il gran finale. Non abbastanza per farsi notare nella stagione dei premi. Non abbastanza per il pubblico. Non abbastanza Tarantino.
E allora ritornare a quel suo quarto film, uno dei suoi apici – se non l’apice -, sembra essere la scelta migliore per prendere un po’ di aria, uscire un po’ dalla stanza chiusa e almeno ricordare com’era fare le cose di pancia. Quelle con meno testa e più passione.

Quelle che esaltavano un ragazzino di tredici anni spingendolo a scoprire e ad alimentare un fuoco interiore.

Ed è stato in quel momento di breve e inaspettata esaltazione che mi sono ricordato dov’è finito Quentin Tarantino.

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